Chiesa di Disvetro nei pressi di Cavezzo (Mo)

giovedì 24 ottobre 2013

STORIE DI STRAORDINARIA RIPARTENZA

STORIE DI STRAORDINARIA RIPARTENZA
8 febbraio 2013, 13:27
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DSC_0533UnDSC_0564DSC_0510 viaggio nelle aziende del biomedicale. La rinascita, dopo il terremoto.
Macerie di aziende distrutte che sono state ricomposte, ristrutturate, rigenerate. Posti di lavoro salvati. Storie di straordinaria ripartenza di azienda del biomedicale nell’area del terremoto raccontate durante un giro di incontri sul territorio insieme alla Presidente dell’Assemblea legislativa Palma Costi e all’assessore alle attività produttive Giancarlo Muzzarelli.
 ‘Sono del luogo del cratere. Ho vissuto il dramma del terremoto, convissuto i momenti di disperazione, condiviso la speranza di ricominciare . Vedere con i miei occhi aziende ripartire laddove fino a 6 mesi fa c’era macerie e disperazioni  è una visione incredibilmente emozionante- confessa la Presidente –  Il segno di una forza e di una capacità di fare rete che risolleva e fa ben sperare per affrontare le tante incertezze e problemi che ancora affliggono quest’area.’
Questi imprenditori coraggiosi esibiscono la semplicità di chi ha costruito il lavoro con le proprie mani e la forza di chi ha condiviso con i propri dipendenti la voglia di ricominciare. Testimonianze incredibili di chi ha visto crollare il lavoro di una vita, di chi ha avuto paura, di chi ha ancora stampato nella mente il panico di quei giorni ma non ha voluto cedere alla tentazione di arrendersi. Si rivolgono alla concittadina Palma che li ha visti e seguiti nel momento della disperazione ed esibiscono con orgoglio il frutto di sei mesi di lavoro ininterrotto ‘risolvendo problemi insormontabili’.Ripristinare un’azienda biomedicale nella loro piena funzionalità, non vuol dire infatti solo ricostruire muri di capannoni andati distrutti. Ripristinare un’azienda biomedicale vuol dire ricreare la camera bianca una cellula tecnologica incubata nel capannone, sterilizzata e protetta dove il personale con camice, cuffiette e zoccoli ospedalieri, produce e confeziona i prodotti destinati alle sale chirurgiche. Un gioiello di tecnologia industriale difficile da riprodurre e ovviamente, costosissimo oggi riattrezzata con i macchinari sofisticatissimi sfilati come shangai fuori dalle macerie dei capannoni crollati. Ripristinare un’azienda biomedicale vuol dire aver fatto i salti mortali per ricostruire gli ambienti e nello stesso tempo continuare il lavoro in altri luoghi per non perdere le commesse. Non è stato facile trovare altre camere bianche attrezzate per poter continuare ad operare in ambienti così qualificati. Significa aver dovuto organizzare trasferte defatiganti in altre città, in altre regioni facendosi carico di del trasporto per i dipendenti quando non addirittura della sistemazione alberghiera quando il posto era troppo lontano. 
DSC_0554Per questo più che ripartenze sembrano veri e proprie resurrezioni. Miracoli in cui questi imprenditori coraggiosi hanno messo tutto: soldi,  sacrifici, altissima professionalità. Ma in primis la voglia di non mollare. ‘Volevamo salvare l’azienda, i posti di lavoro ed è stata una volontà comune affronata insieme ai nostri dipendenti’ è il leit motiv di tutti.
- Quindi avete mantenuto anche tutto il personale? – Viene spontaneo domandare. -‘Si e se tutto va bene, speriamo anche di poter assumere qualcuno – rispondono.
Affrontata l’Apocalisse, la rinascita non si pone limiti.

http://dopoilterremoto.wordpress.com/2013/02/08/storie-di-straordinaria-ripartenza/





lunedì 21 ottobre 2013

NEROCIPRIA, RISPOSTA AL TERREMOTO

A volte l'etimologia delle parole va ben oltre il mero significato di esse ed acquista un potere evocativo che racchiude in sè un'infinità di emozioni. E' il caso di "Nerocipria" (nerocipria.it) il sito di e-commerce nato dall'idea di Morena Martini e Virna Modena, due caparbie e volitive imprenditrici di Mirandola, che hanno deciso di avere la meglio sui danni del sisma del Maggio 2012. «Nero è il colore del buio che ci ha colpite ed avvolte dopo il terremoto - spiegano - mentre cipria è il colore del cassetto dove era riposto questo nostro progetto, letteralmente "esploso" dopo il 29 maggio». Un passato da wedding planner, un'attività che andava bene e che dava soprattutto molta soddisfazione arrecata dal poter realizzare i grandi sogni delle future spose ma con budget limitati, attività che purtroppo è stata messa momentaneamente in stand by perchè paradossalmente dopo il sisma non c'erano più chiese ne municipi dove celebrare matrimoni. Ma questo grave evento non ha scoraggiato le due amiche che si sono immediatamente messe al lavoro per poter rialzarsi e non lasciarsi fagocitare dall'angoscia post sisma. «Questa adrenalina ci ha dato una spinta eccezionale per dare il la al nostro progetto - racconta Morena - il nostro showroom era inagibile e tutto ciò che conteneva era andato irrimediabilmente perso. Traumatizzate da quanto accaduto, non volevamo nulla che implicasse edifici in muratura e così ci siamo costruite un nostro mondo all'interno del cyber spazio e apriamo aperto questo sito per fare shopping. Lo abbiamo fatto grazie anche alla collaborazione di tante altre persone colpite dal sisma e che hanno voluto reagire, apportando la loro competenza e abilità nel nostro "contenitore"». Nerocipria infatti propone accessori (borse, portadocumenti, portacellulari, porta-iPad, bijoux ...) tutti realizzati da laboratori situati nella zona del cratere del sisma. I prezzi sono modici e la qualità del prodotto è comunque alta, il mix ideale per soddisfare la propria voglia di "farsi le coccole" con un po' di shopping terapia quando le cose tutto intorno non sono proprio il massimo senza mandare in rosso il conto in banca. Tra le chicche da segnalare: il portacellulare con annesso porta carte di credito realizzato in un materiale che non smagnetizza i bancomat e i badge in generale. E anche le artistic bag realizzate con opere di artisti emergenti. Morena e Virna sono un'esempio che ha colpito anche la stampa nazionale dato che riviste come Elle, Grazia, Donna Moderna hanno dedicato loro articoli esaltando il loro coraggio e la loro tenacia. «E non ci fermiamo qui - continuano le due amiche - a breve lanceremo nerocipira.it a Milano e daremo maggior importanza al nostro magazine sul quale già scrivono personal shopper e fashion blogger di tutto rilievo».

Articolo di Maria Vittoria Melchioni sulla Gazzetta di Modena

venerdì 18 ottobre 2013

IN EMILIA, UN ANNO DOPO IL TERREMOTO

Se c’è un tema che mi appassiona, è quello della ricostruzione.
Sarà che ho vissuto sette anni a Beirut, dove la vita è un ciclo di missili, ruspe, e betoniere.
Sarà che personalmente mi sono decostruita e ricostruita sul lettino di una libanese junghiana. Per questi motivi, credo, mi affascina studiare le reazioni che hanno gli esseri umani al cospetto di un qualche ground zero.
E’ la reazione alla perdita che ci definisce, che fa di noi chi siamo. Tutte le persone più interessanti che conosco l’hanno attraversata, dolorosamente, e ne hanno fatto altro.
Sono tornata, un anno dopo, in Emilia, a osservare la reazione delle persone al terremoto del 20 e 29 maggio 2012. Sono andata di nuovo a San Felice, e poi a San Possidonio, e anche a Finale Emilia e in tutti questi posti era evidente la pulsione del cuore verso il passato, l’istinto a fare del futuro una copia di ciò che è stato.
A Finale Emilia, in particolare, hanno raccolto tutte le macerie, le hanno imbustate, catalogate e adesso riposano in diversi punti della città, salme di pietra. Le travi della famosa Torre dell’Orologio, quella dei Modenesi, quella con le lancette ferme, dopo la prima scossa, alle 4.04 del mattino, sono distese all’ombra di un tiglio dietro i container che ancora oggi ospita l’amministrazione comunale.
L’assessore alla Cultura di Finale, Massimiliano Righini, mi porta a fare un giro tra quel che resta dei monumenti; lui è tra quelli che pensano che tutto deve tornare su com’era.
“Pezzi dell’orologio, la guglia della torre, saranno riutilizzati nella ricostruzione”, spiega.
Esperto di armi antiche, di storia militare, Righini ha applicato il suo zelo marziale all’impresa della ricostruzione. Nel 2009 aveva contribuito a un libro sulle Rocche estensi.
“Le conosciamo. Ci sono care. In Italia, vogliamo o no vivere da italiani? Vogliamo o no riappropriarci del nostro patrimonio?”
Gli dico che tutto cambia, in natura, niente resta uguale.
“Se è vero che l’uomo ha nel tempo modificato tuttavia è vero che ha mantenuto dei canoni, degli stili, senza rotture, in armonia”.
Racconta che Finale è diventata una meta turistica: “Abbiamo dei tour, spieghiamo ai visitatori com’eravamo e come torneremo a essere”.
Mi torna in mente il turismo di guerra, i voyeur delle rovine. Una volta un italiano prese un autobus fino a Falluja, in piena guerra civile, e disse ai poliziotti iracheni increduli, che per salvarlo da se stesso lo arrestarono, che il suo intento era “vedere la guerra”.
L’assessore Righini scuote la testa, dice non è così, spiega che il principale obiettivo è far rivivere il centro, preservare i luoghi abituali.
“Il terremoto ti toglie tutto, la sicurezza, le abitudini, la socialità. Oggi nella piazza c’è un orologio provvisorio, l’abbiamo riavviato alle 4.04 del pomeriggio del 6 ottobre. Le 4.04 è l’ora del primo sisma, l’ora in cui le lancette si erano fermate. Ci dice che il tempo corre, e che non deve essere il tempo della disperazione ma della rinascita e della ricostruzione. Un simbolo potentissimo affinché le comunità tornino a essere tali”.
Il sentimento collettivo, così si chiama no?, vuole tutto dov’era, com’era. Ma non è un arroccamento? La Torre dei Modenesi aveva i mattoni legati da acqua e sabbia, pensare che possa risorgere dalle sue polveri, identica, è un falso.
“Faremo una copia molto più resistente con le macerie raccolte dai volontari”, dice l’assessore.
“Ci siamo chiesti subito: cosa facciamo? Non c’era un protocollo di recupero delle macerie di un edificio medievale in mattoni. E allora l’ho scritto io, e la Soprintendenza l’ha approvato. In mezzo alle pietre, abbiamo trovato scarpe, fogli di un taccuino antico, punte di frecce d’arco del ‘300 nascoste dentro le murature. C’era la statua di San Zenone, davanti al Municipio, mancava solo la mano: l’abbiamo ritrovata. Abbiamo cercato di recuperare tutto. Della ricostruzione può essere lasciata una traccia, ma devono tornare a essere quel che erano”.
Non mi convince fino in fondo. La pretesa di tornare uguali è, appunto, una fiction: non si è mai gli stessi, dopo un trauma. Il desiderio che tutto, all’esterno, torni a essere quel che era non è forse una proiezione del nostro disperato bisogno di rimozione? Di oblio?
A San Biagio, una frazione di San Felice, nella campagna della Bassa, il terremoto ha operato con la sensibilità di un artista pazzoide. Il campanile della parrocchia è atterrato in verticale in mezzo alla chiesa. La cuspide di rame sembra un missile. E’ una perfetta scultura macabra, un monumento alla memoria, alla perdita, a ciò che è stato, a ciò che è diventato.
A farmela notare, è stato Paolo Campagnoli, un archeologo di San Felice.
Nel dibattito sulla ricostruzione, appartiene alla scuola di pensiero dei progressisti.
“Devi lavorare sulle suggestioni”, dice. “Una volta ripulite le macerie, chiami i Nomadi e gli fai cantare Dio è morto”.

Articolo di Imma Vitelli su Vanity Fair

venerdì 27 settembre 2013

IL MONDO SALVATO DA TOMMASO


Tommaso fa il volontario da sette anni. Tommaso sa cosa vuol dire indossare una divisa arancione. Tommaso sa bene cos’è un’ambulanza. E sa anche come si mette un cerotto. Tommaso sa bene che d’inverno, quando arriva la piena del Secchia, bisogna chiamare tutti e scegliere di correre. Anche quando è Natale, quando ci sono i regali da scartare e la tavola è apparecchiata, può succedere che c’è bisogno di correre. E quando c’è da correre, Tommaso fa fatica a stare a casa perché crede che sia la cosa migliore. Tommaso ne ha vissute di emergenze, ma non sapeva cos’era un terremoto. La sera del 20 maggio un mago pasticcione ha sbagliato il trucco della tovaglia e ha sparecchiato tutto. Tommaso non esce da San Prospero da quella notte. Ora Tommaso sa bene anche cos’è il terremoto. Dice che vivere un terremoto è una cosa che ti cambia per sempre.
Tommaso ha sette anni, li ha compiuti ad aprile, ed è il figlio di Enrico, volontario della Croce Blu da più di vent’anni. Vede ogni sera il papà che esce di casa con una divisa arancione e lo aspetta. Quando Enrico dice una parolaccia, Tommaso riscuote: un euro. Quando c’è stato il terremoto, Tommaso è uscito di casa con Enrico. Subito dopo ha visto Enrico tornare in casa e prendere la divisa arancione. Tommaso ha dato il permesso a Enrico di correre a salvare altri bambini e altri papà di San Prospero. Enrico gli ha chiesto scusa, ma doveva correre. Tommaso ha avuto paura, ma non ha riscosso, neanche una coccola. Ma è fiero di suo papà che ancora non ha smesso di correre per salvare tutti. Tommaso è un volontario, anche lui, da sette anni.
“Pure se vi fa tremare per gli spasmi e la paura,tutto questo in sostanza e verità è nient’altro che un gioco”. – Elsa Morante, Il mondo salvato dai ragazzini.
http://www.chefuturo.it/2012/07/il-mondo-salvato-da-tommaso-favole-dal-terremoto/

martedì 24 settembre 2013

IL TERREMOTO IN EMILIA. UN CAMPER. GLI EUROPEI E LA PARTICELLA DI DIO

Dopo le prime scosse di Maggio, abbiamo dormito anche noi un paio di notti in camper e i bambini si sono divertiti come matti, specialmente Pietro, 2 anni e mezzo, alla scoperta del mondo.
Voleva continuare a dormirci anche dopo, forse per sempre.

Poi ho prestato il camper a Giovanni, i suoi suoceri hanno 70-75 anni e non ce la facevano più in tenda.
Dopo qualche giorno, una domenica, si é sentita un’altra scossa forte: Pietro si é spaventato molto e mi fa: “Papà dommiamo campe, eh”
E io: “No, non c’é il camper”
Lui: “pecchèèèèèè’???”
“L’ho prestato a un mio amico che aveva bisogno”


Lui mi ha guardato con stupore infantile e con la naturalezza dei bambini, mi ha spogliato con uno sguardo che diceva “ma sei scemo, noi siamo in pericolo e tu dai via il camper, ma che padre sei?”
Però si è limitato a dire:
“Papà, teemoto, casha cade, noi sgia, eh” (papà se viene il terremoto e cade la casa noi scappiamo dalla zia – visto che hai rinunciato alla nostra sicurezza: il camper).
E per un’ora ha ripetuto senza sosta questa frase, fino a che – stanco stecchito per la paura e la nuova consapevolezza di avere un padre irresponsabile che l’ha tradito – è crollato nel sonno dei giusti e degli indifesi.


Ma fosse finita qui…
Da allora per due settimane, quando veniva qualcuno a casa nostra, gli correva incontro e gli diceva “ee teemoto, casha cade, campe più, Papà amico, eh” (che vuol dire “ovviamente lo sapete tutti che c’è il terremoto, ma non immaginereste cosa ha fatto mio padre? Ha dato via il camper! Meno male ho una zia buona che ci ospita se ho paura).


Poi siamo andati qualche giorno al mare e il magone che aveva in gola si è sciolto.
Una settimana fa siamo andati a sistemare i miei occhiali da un ottico che si chiama Giovanni, come l’amico a cui ho prestato il camper: Pietro salta in piedi e dice “Camppeee”, ma era solo un falso allarme.


Domenica scorsa mi hanno restituito il camper mentre noi eravamo via, quando siamo tornati Pietro, vedendolo in corte, bianco e fiero come il David di Michelangelo, ha sgranato gli occhi come se si stesse calando dal cornicione l’uomo ragno in persona, e ha fatto un sospiro che non si sentiva da quando Romeo corteggiava Giulietta, gridando:
“E’ tonnato!”, riferendosi all’apparizione di san Camper el salvador facendo il primo sorriso commosso della sua vita.
L’ha detto come se fosse stato proprio il camper a decidere di tornare da lui, come Lessie, come un Ulisse degli indifesi.


E così ha cominciato la fase reiterativa, dicendo a tutti quelli che venivano a vedere la partita dell’Italia “è tonnato, campe tonnato”.
E mentre noi soffrivamo per la sconfitta dell’Italia, lui ballava, correva, giocava e cantava perchè era il gran giorno del camper.
Alla fine si è addormentato a notte fonda, come uno spagnolo festante e con un sorriso ancora così energico da far accendere l’acceleratore del CERN.


Poi l’altro ieri a Ginevra hanno scoperto il bosone di Higgs.
E solo io so che il merito è di un bambino di due anni e del suo camper tonnato.

 
Camper
Racconto su http://www.travelgum.it/life/il-terremoto-in-emilia-un-camper-gli-europei-e-la-particella-di-dio/

martedì 17 settembre 2013

UNA BIRRA DAL "RETROGUSTO SOCIALE" PER BRINDARE ALLA RINASCITA

Era già uno dei simboli di Crevalcore e, dopo il terremoto del 20 e 29 maggio 2012, è diventato l’emblema di una doppia rinascita. Un progetto “speciale”, strutturato come Cooperativa Sociale no profit, con l’obiettivo di dar vita ad un’impresa realmente inserita nel tessuto produttivo e culturale, alla “scoperta” cioè di risorse lavorative nelle persone con handicap. Stiamo parlando di FattoriAbilità, la Società Cooperativa Onlus che impiega persone con disabilità psichiche avvalendosi del sostegno concreto di 45 soci benefattori (raddoppiati subito dopo il sisma) e della collaborazione con altri enti.
 Lavori in corso nella nuova sede
Lavori in corso nella nuova sede
La principale attività produttiva e primo progetto di questa speciale Cooperativa è il birrificio artigianale “Vecchia Orsa”, nato nel 2008 come “microbirrificio” nella corte “Orsetta vecchia” di Crevalcore, dall’intuizione di tre soci fondatori: l’attuale vice-presidente di FattoriAbilità Andrea Mazzucchi da Piumazzo (affetto da sindrome spastica, leggi: http://www.lacarbonarablog.it/?p=382) e da Roberta e Michele Clementel da Crevalcore, moglie e marito che cinque anni fa, con la nascita del loro sesto figlio (venuto al mondo con una disabilità psichica) decisero di cogliere quel cambiamento di vita “imposto” come una “felice” opportunità, lasciando i rispettivi lavori (lui veterinario, lei biologa) per rinascere in questo progetto sociale, poi distrutto (ma solo fisicamente) dal terremoto di maggio, assieme alla loro casa, e dunque da “ricostruire” ancora una volta e ancora più forte. In un capannone di 400 mq nella zona artigianale di San Giovanni in Persiceto, con l’aggiunta di una nuova macchina di produzione e conseguente linea di fermentazione, imbottigliamento e celle di stoccaggio. Recentemente è stato anche assunto un nuovo lavoratore svantaggiato, mentre gli altri dipendenti operano in regime di convenzione (borse lavoro o stage formativi) e i due soci birrai (di cui uno educatore professionale) sono giovani sotto i 30 anni. Attorno alla Cooperativa ed al progetto si è inoltre sviluppata una rete di volontariato spontaneo e organizzato che in particolare li collega all’ambiente dell’Agesci.
 Lavori in corso nella nuova sede
Lavori in corso nella nuova sede
“A quasi un anno dal terremoto abbiamo ripreso la produzione e le nostre prime birre del nuovo impianto sono già in vendita da qualche settimana. – spiega Andrea Mazzucchi – E’ stato un anno faticoso, intenso, pieno di paure e di tensioni, ma anche di esaltante ricostruzione, solidarietà e amicizia. Credo che in vecchiaia non ricorderò il terremoto per la terribile distruzione che ha portato, ma per quanto ci ha consentito di ricostruire, fuori e dentro di noi. Un anno passato all’insegna del “teniamo botta”, tra mille cose che improvvisamente non ci sono più, la fretta furibonda di ripartire e l’esigenza di farlo nel rispetto delle regole e della burocrazia… Penso resterà indelebile nella mia memoria il ricordo del primo CdA di FattoriAbilità dopo il 29 maggio: all’aperto, sotto un gazebo nel cortile della sede, circondati da edifici inagibili a interrogarci sulla sorte della nostra cooperativa. Si prese la decisione di sospendere la produzione per tutelare i nostri più fragili e provati lavoratori e soci e di trasferire quanto prima la sede a San Giovanni in Persiceto”.
“Con l’avvicinarsi della data dell’inaugurazione della nuova sede del birrificio, – continua Andrea – sempre più spesso mi viene alla mente la desolazione e al contempo la speranza che ci dava quel capannone vuoto, ma ancora di più penso con orgoglio all’enorme quantità di lavoro, fatica, competenza, amicizie, che le nostre diverse abilità hanno saputo produrre per riempirlo e farlo pulsare. Ora la gamma delle nostre birre è quasi completa e ce n’è per tutti i gusti. Non occorre essere degli esperti: basta entrare nell’area di degustazione e spaccio del birrificio per cogliere in ogni Vecchia Orsa il ‘retrogusto sociale’ della birra” .
 Lavori in corso nella nuova sede
Lavori in corso nella nuova sede
“Nei primi tre anni di attività a Crevalcore avevamo quadruplicato la produzione e registrato il marchio “Vecchia Orsa”. – ricorda Michele – Poi è arrivato il terremoto: i magazzini di fronte al birrificio e un altro deposito sono stati dichiarati inagibili ed è risultato subito evidente che la produzione non avrebbe potuto continuare in quella sede. Con la solidarietà di molti si è messa in sicurezza la birra in un magazzino esterno e, grazie ad una grande mobilitazione, abbiamo venduto tutto in poche settimane. Abbiamo trovato ospitalità in un birrificio marchigiano che ha consentito ai nostri birrai di produrre la “Magnitudo Blonde”, birra che è diventata il simbolo della nostra caparbietà e volontà di andare avanti. Abbiamo infatti capito immediatamente la necessità di spingere al massimo verso il trasloco nel capannone a San Giovanni in Persiceto. Ma anche il capannone di San Giovanni era da mettere a norma sismica e fino a metà settembre non è stato possibile iniziare i lavori all’interno. Nel frattempo, durante l’estate, associazioni e amici ci hanno letteralmente “assalito” di aiuti… A volte non è stato facile rispondere a tutte le proposte e richieste di partecipazione provenienti da tutta Italia! Da settembre ad oggi abbiamo lavorato forte e siamo riusciti ad aprire la zona degustazione e spaccio l’8 dicembre, mentre il 22 gennaio abbiamo finalmente effettuato la prima lavorazione nel nuovo impianto ed è di poche settimane fa la vendita della prima birra prodotta nella nuova sede”.
 
Articolo di Alessandra Consolazione su www.http://www.lacarbonarablog.it/?p=25886

venerdì 6 settembre 2013

TERREMOTO: DA SOLI O INSIEME, QUI STA LA DIFFERENZA

Una cosa che abbiamo imparato per bene a seguito del terremoto è la differenza che passa tra l’essere da soli e l’essere insieme ad altri.
Presi dalla routine quotidiana immersa in un benessere e in una spensieratezza che ormai è solo un ricordo, veniva spontaneo starsene da soli, al massimo in compagnia dei familiari e di pochi amici.
La paura per le scosse e la caduta delle nostre certezze ha cambiato questo dogma. Perché quando vedi che la tua casa non c’è più o nella migliore delle ipotesi è a rischio per un tempo indefinito, e così vale per il lavoro, per la vita sociale, per qualsiasi parte della tua vita che è legata al territorio nel quale vivi, rimani solo con te stesso e raschi il fondo del barile per trovare la forza di stare in piedi.
Ma se vedi intorno a te, vedi decine, centinaia, migliaia di persone nella tua stessa situazione, capisci poi che così solo non sei.
Anzi, a guardarci bene, vedi per la prima volta nella tua vita che le persone intorno a te sono come te. Hanno le stesse paure, vivono le stesse incertezze. Sono tutte cadute come te da un mondo dei balocchi e devono rialzarsi e guardare la realtà delle cose.
Che è più di un ammasso di macerie: è molto più drammatica di quanto si poteva pensare quando ce ne stavamo tranquilli chiusi per bene nelle nostre vite.
Ora qui vediamo davvero cosa crolla e cosa no.
Crollano le case perché qualcuno le ha costruite male. Crollano le istituzioni perché non hanno gli strumenti adatti per agire.
I cittadini non crollano, perché si sentono uniti e hanno voglia di cambiare questo territorio.
E per ricostruirlo, migliore di prima, mica bastano le cambiali Errani…


Dal blog di Katia Motta: http://lucedallecrepe.wordpress.com